Premessa - Il continente di plastica

VorticedispazzaturaNel 1997, il velista e ambientalista californiano Charles Moore ha per la prima volta individuato una vasta area di accumulo di rifiuti plastici all'interno del Giro Subtropicale del Nord Pacifico (un noto vortice di correnti che si muovono lentamente in senso orario, di vaste dimensioni), denominata Eastern Garbage Patch. Poco dopo è stata individuata la Western Garbage Patch, e collettivamente le due aree sono state denominate Great Pacific Garbage Patch (GGP). Una situazione analoga è stata negli anni successivi rilevata anche altrove, e oggi si contano cinque zone di accumulo: due nel Pacifico, due nell'Atlantico e una nell'Oceano Indiano. L'estensione della più vasta supera quella dell'Europa continentale.

Inoltre, è i dati più recenti forniti da Goletta Verde di Lega Ambiente, nel 2013 per il Mediterraneo confermano che la presenza di rifiuti di plastica nel mare nostrum non è affatto bassa, con l'aggravante che il Mediterraneo è un bacino geograficamente chiuso, cosa che favorisce il processo di accumulo.

L’inquinamento causato dalla plastica

Per inquinamento causato dalla plastica si intende la dispersione e l'accumulo di prodotti plastici nell'ambiente causando problemi all'habitat di fauna e flora selvatica così come all'habitat antropizzato. Tale tipo di inquinamento interessa il suolo, i fiumi, i laghi e gli oceani. L'importanza e la rilevanza di questo tipo di inquinamento è dato dalla economicità della plastica e dalla sua alta durabilità nel tempo e quindi alla produzione di grandissimi quantitativi della stessa per i più svariati usi.

Sono state promosse politiche di riduzione e riciclo dei materiali plastici al fine di ridurre questo tipo di inquinamento. L'inquinamento causato dalla plastica si può verificare in varie forme, tra cui rifiuti abbandonati in terra e in mare, particelle di plastica in acqua. Una grande percentuale di plastica prodotta ogni anno viene utilizzata una sola volta e poi gettata via.

Per l'Agenzia per la Protezione dell'Ambiente degli Stati Uniti nel 2011 le plastiche costituivano oltre il 12% dei rifiuti solidi urbani. Negli anni sessanta, invece, costituivano meno dell'1%.

Effetti sull'ambiente
Le plastiche alogene possono rilasciare sostanze chimiche nocive al terreno circostante, che possono penetrare in profondità raggiungendo falde acquifere o altre fonti d'acqua. I danni possono essere seri per le specie viventi che assumono questa acqua inquinata. Le aree utilizzate come discarica sono costantemente colmate da rifiuti di tipo plastico. In queste zone ci sono molti microrganismi che accelerano la degradazione biologica delle plastiche.

Per quel che riguarda le plastiche biodegradabili, non appena queste vengono gettate, rilasciano il metano, pericoloso gas serra che contribuisce significativamente al riscaldamento globale.

Alcune discariche stanno prendendo valutando di installare dispositivi per la cattura del metano, che potrebbe essere utilizzato per produrre energia, ma la maggior parte degli stabilimenti non li ha ancora adottati. Il metano non viene rilasciato unicamente nelle discariche, ma anche in modo sparso sul terreno, cosa che può implicare tempi molto lunghi di smaltimento.

L'inquinamento causato dalla plastica è potenzialmente pericoloso per gli animali, il che potrebbe influire negativamente sulle forniture alimentari per il genere umano. In primo luogo è altamente dannoso nei confronti dei grandi mammiferi marini. Nello stomaco di alcuni animali marini, come la tartaruga marina, sono stati trovati pezzi di plastica, che ne hanno causato la morte. Quando capita generalmente muoiono di fame poiché questi materiali bloccano il loro tratto digestivo. Talvolta, invece, i mammiferi marini rimangano intrappolati in prodotti di plastica, come se fossero reti, rischiando di rimanere uccisi. Quando un animale si impiglia, infatti, la sua capacità di movimento è gravemente ridotta, rendendo quindi molto difficile trovare cibo. Se la morte non sopravviene, spesso tra le conseguenze ci sono gravi lacerazioni e ulcere.

Sono circa 260 le specie, tra cui invertebrati, che sono state danneggiate dall'inquinamento causato dalla plastica. È stato stimato che oltre 400.000 mammiferi marini trovano la morte in questo modo a causa dell'inquinamento causato dalla plastica negli oceani. Una ricerca condotta nel 2004 ha concluso che i gabbiani nel Mare del Nord hanno una media di trenta pezzi di plastica nel loro stomaco.

L'aspetto evidente agli occhi di tutti è quello estetico, con le coste deturpate dall'accumulo di rifiuti quasi esclusivamente di origine sintetica (plastiche e resine).

Tuttavia, l'aspetto più pericoloso è ancora una volta quello meno visibile: grazie alla foto decomposizione delle plastiche che galleggiano in mare e restano quindi sottoposte alla luce solare e ai fenomeni atmosferici, i rifiuti galleggianti riducono gradualmente le loro dimensioni con il passare del tempo, fino a raggiungere quelle del plancton, finendo irrimediabilmente nella catena alimentare marina.

Ai danni diretti dei rifiuti macroscopici alle specie marine più vulnerabili (uccelli, cetacei e tartarughe marine che scambiano buste di plastica per il proprio pasto), si aggiungono quindi i subdoli danni alla catena alimentare marina nel suo complesso, fino ad arrivare all'uomo. Gli effetti di questo tipo di inquinamento sulla catena alimentare e sulla salute non sono ancora del tutto noti.

Riferimenti scientifici

Nel  suo  stato  naturale, l'olio grezzo biodegrada, mentre i composti petrolchimici derivati dall'olio, quali le plastiche, non lo fanno. Il motivo è che le plastiche appartengono a una famiglia di polimeri costituiti da lunghe catene di molecole contenenti atomi di carbonio. A causa di questa intrinseca stabilità interna, non si decompongono facilmente in elementi più semplici. Inoltre, essendo combinazioni di elementi create dall'uomo e quindi non note in natura, gli enzimi e i microorganismi responsabili della biodegradazione di materiali organici non le riconoscono.

Tuttavia, nel tempo, le plastiche abbandonate negli oceani fotodegradano, ed il processo continua fino a livello molecolare, sebbene la plastica fotodegradata rimanga un polimero. Le stime più recenti sui tempi della fotodegradazione vanno da 450 a 1000 anni.